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martedì 28 aprile 2009

25 aprile, valori condivisi? Ora meno che mai

Un po' di fantapolitica

partigiani_verona.jpgSi è celebrata oggi, 27 gennaio 2010, la Giornata della Memoria in ricordo dell'Olocausto. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ritenuto doveroso ricordare anche i ragazzi delle SS. «A nessun caduto di qualsiasi parte e ai familiari che ne hanno sofferto la perdita si può negare rispetto e pietà. Rispetto e pietà devono accomunare tutti e rappresentano la base per una rinnovata unità nazionale». Il Presidente ha auspicato la ricerca di valori condivisi e la definitiva pacificazione".

Se Napolitano rilasciasse queste dichiarazioni probabilmente non ci sarebbero neanche delle reazioni polemiche, ma verrebbero immediatamente attivate le procedure previste dalla Costituzione in caso di impedimento del Capo dello Stato per problemi di salute.

Ma perché quelle affermazioni ci suonano tanto paradossali, quando in questi giorni ne abbiamo ascoltate molte che ci sono apparse assolutamente normali, ma che dal punto di vista storico-politico sono del tutto equivalenti?

Il virgolettato qui sopra infatti non è inventato: è tratto dall'intervento del Presidente della Repubblica in occasione della recente Festa della Liberazione 2009 e si riferisce ai militi della Repubblica di Salò.

Perché dunque quello che non sarebbe neanche concepibile se riferito alle SS naziste è perfettamente politically correct per i repubblichini loro alleati, che condividevano la stessa visione del mondo delle SS, combattevano insieme a loro e con loro partecipavano ai rastrellamenti e alle deportazioni?

Una mistificazione che viene da lontano

Si è arrivati a questo risultato attraverso un lungo processo di manipolazione della verità storica: in Italia fin dal primo dopoguerra il nazismo veniva rappresentato come il male assoluto, mentre il fascismo sarebbe stata una dittatura "tarallucci e vino", molto provinciale e caricaturale, lontana dalla ferocia e dalla volontà di sterminio del regime hitleriano. Il suo unico errore sarebbe stato quello di seguire i nazisti sulla strada delle leggi razziali e dell'entrata in guerra.

Per questo si è taciuto sui crimini dell'occupazione italiana in Jugoslavia, in Libia o in Africa Orientale e si è accantonata per decenni la ricerca delle responsabilità sulle stragi nazifasciste, in ognuna delle quali emerge immancabilmente la zelante partecipazione dei "ragazzi di Salò".

Erano i fascisti italiani a preparare le liste delle persone da deportare nei lager e ad organizzare i rastrellamenti; ed erano i fascisti italiani a torturare e massacrare i partigiani prigionieri.

Ma per il fascismo italiano non c'è stato alcun processo di Norimberga: la condanna dei crimini di guerra, di cui avrebbe dovuto farsi carico la neonata Repubblica, fu lasciata a gruppi di partigiani che non intendevano rinunciare alla giustizia (e che oggi per questo vengono additati come criminali).

Il fatto è che con la logica di Yalta e l'inizio della guerra fredda i fascisti potevano svolgere un ruolo utilissimo  in chiave anticomunista.

Ma non solo i fascisti italiani: ad esempio nessuna delle potenze vincitrici della guerra pensò di mettere in discussione le feroci dittature di Franco in Spagna e Salazar in Portogallo.

E' per questo che da noi l'apparato repressivo e burocratico del regime fascista rimase intatto e si realizzò un'assoluta continuità tra il ventennio fascista e la neonata repubblica.     

Il mito dei valori antifascisti condivisi

Formalmente il sistema politico italiano era basato sulla formula del cosiddetto "arco costituzionale", secondo la quale le forze antifasciste si confrontavano democraticamente mentre l'estrema destra restava esclusa con il divieto di ricostituzione del partito fascista.

Ma nella realtà questo confronto democratico era una finzione perché la sinistra non avrebbe mai potuto governare. Se avesse vinto sul terreno elettorale, si sarebbe attivata una rete golpista che avrebbe sovvertito il risultato delle elezioni.

Questa rete, patrocinata dagli USA, comprendeva servizi segreti, cosche mafiose, logge massoniche e gruppi neofascisti, che avevano tranquillamente ricostituito il loro partito ufficiale con il nome di Movimento Sociale Italiano già alla fine del 1945.

E ad appena 15 anni dalla Liberazione la Democrazia Cristiana tentò di rompere anche formalmente la pregiudiziale antifascista dando vita ad un governo con la partecipazione del MSI che fu spazzato via da una violenta rivolta popolare.

Nel frattempo i cosiddetti liberatori statunitensi erano impegnati ad organizzare colpi di Stato fascisti un po' dappertutto, ed erano così sensibili ai diritti civili e democratici da riservare ai neri ancora per molto tempo scuole, chiese, bagni pubblici e posti sull'autobus tutti per loro (non lo si dice mai).

Già dal primo dopoguerra risulta quindi opinabile l'esistenza di valori antifascisti condivisi: nella sinistra vivevano ancora gli ideali della Resistenza, mentre nel sistema di potere democristiano i fascisti avevano trovato una loro collocazione.

In realtà il vero "collante" della Prima Repubblica non è stato l'antifascismo, ma il cosiddetto "compromesso fordista", secondo cui la sinistra, esclusa dal governo, rinunciava a mettere in discussione gli equilibri politici in cambio di benefici in termini di occupazione, salario e stato sociale.

I principi sociali presenti nella Costituzione hanno potuto (parzialmente) concretizzarsi non tanto per la buona volontà delle varie forze politiche ma perché lo permetteva una fase espansiva dell'economia regolata secondo il paradigma fordista-keynesiano.

Il grande movimento di massa degli anni '70 provocò una rottura di questo patto sociale, imponendo cambiamenti radicali che andavano ben oltre le compatibilità del sistema e mettendo in discussione il potere in tutte le sue forme.

Ed è contro questo movimento che forse si realizzò la vera unità di tutte le forze politiche istituzionali.

Dalla Prima alla Seconda Repubblica

Alla fine degli anni '70 comincia l'era del neoliberismo e la fase espansiva di cui sopra si chiude.

Il crollo del blocco sovietico farà parlare di "fine della storia" e permette la realizzazione del mercato globale.    

A seguito di questo passaggio in Italia scompaiono persino le forze politiche che facevano parte dell'arco costituzionale.

Il PCI avvia una serie di "mutazioni" che proseguiranno fino all'attuale PD, mentre gli altri partiti tradizionali vengono travolti da Tangentopoli e nascono altre forze politiche più al passo con i tempi come il partito-azienda Forza Italia. 

La costituzione formale rimane intatta ma il patto sociale fordista non ha più ragion d'essere e il sistema politico muta profondamente. 

Si passa alla cosiddetta Seconda Repubblica, che è la forma politica più rispondente alle esigenze del neoliberismo dominante. Nella sua nascita c è la pesante influenza dei poteri occulti e della strategia della tensione. Si caratterizza fin da subito per l'abbandono di ogni pregiudiziale antifascista e una marcata connotazione autoritaria.

Se nella Prima Repubblica i valori condivisi erano già una mistificazione, nella Seconda è semplicemente assurdo pensare a un qualsiasi patto sociale che si richiami ai valori della Resistenza e della Costituzione.

Sulla natura autoritaria del neoliberismo

Qui è necessaria una digressione sulle caratteristiche culturali del liberismo: i liberisti credono che la società debba essere governata dalla "mano invisibile del mercato". Il mercato costituisce per loro un sistema perfetto, dotato di un naturale equilibrio, purché non intervengano elementi di disturbo. Questi elementi di disturbo sono costituiti in primo luogo dall'intervento statale nell'economia: controlli dei prezzi, protezionismo, politiche redistributive o in difesa dell'occupazione ecc.

L'affermazione del neoliberismo ha quindi come conseguenza la rinuncia dello Stato a qualsiasi politica sociale, che deve limitarsi ad assicurare le condizioni in cui questo sistema perfetto può funzionare. Occupandosi quindi essenzialmente delle funzioni di difesa verso l'esterno e di sicurezza interna.  

Viene cancellata la sfera pubblica nel suo insieme: la società dev'essere composta di individui isolati, a cui rimane solo la possibilità di influire sul sistema tramite le leggi della domanda e dell'offerta. 

Si afferma il cosiddetto darwinismo sociale, per cui la causa di ogni forma di disagio (povertà, emarginazione ecc.) non risiede in politiche sbagliate o insufficienti, ma perché chi ne soffre non è stato in grado, per incapacità o malvagità, di adattarsi ai meccanismi del sistema. Rispetto a questi soggetti lo Stato non deve più intervenire con politiche sociali o di inclusione, ma solo per neutralizzare una loro possibile pericolosità sociale. 

Questa concezione, portata all'estremo, è la stessa che nel passato ha dato l'avvio ai tentativi di "soluzione finale" per alcune categorie di diversi. 

Il darwinismo sociale diventa anche il modello delle relazioni internazionali: una politica predatoria sostituisce il dialogo e la diplomazia, si teorizza la "guerra di civiltà" e si mette in discussione l'esistenza stessa degli organismi internazionali.

Ma c'è di più: è la democrazia stessa a rappresentare il fondamentale elemento di disturbo. Milton Friedman, il guru del neoliberismo, era preoccupato del fatto che siccome la maggior parte degli elettori appartiene a classi sociali medio-basse il consenso tende a spostarsi verso quei politici che promuovono politiche redistributive.

Si comprende quindi che questa folle utopia abbia potuto realizzarsi appieno solo in presenza di un forte autoritarismo politico. La prima esperienza storica è quella dell'Indonesia dopo il colpo di Stato di Suharto nel 1965, che provocò un milione di morti e mise immediatamente in pratica le ricette neoliberiste: privatizzazione, deregulation e forti tagli della spesa pubblica. Visto il successo, l'esperienza fu ripetuta negli anni '70 in tutti i Paesi latinoamericani caduti in mano alle dittature militari. 

Nel mondo "occidentale", dove non era possibile il ricorso ai carri armati e alle torture di massa, la ristrutturazione liberista non è stata imposta con le giunte militari, ma con una progressiva involuzione autoritaria: le costituzioni formali non vengono abrogate, ma diventano dei gusci vuoti e si procede a  sospensioni sempre più prolungate e profonde dei diritti costituzionali a seguito di "emergenze"  reali o inventate (guerre, crisi economiche, terrorismo, catastrofi naturali, ecc.).

Le culture fasciste e razziste vengono fortemente rivitalizzate dal clima di insicurezza generalizzata prodotta dalla globalizzazione: in questo contesto è facile indirizzare le paure degli individui atomizzati su capri espiatori come gli immigrati o i devianti in genere

L'individuo normale percepisce il diverso come una minaccia e matura un'avversione per le politiche sociali e di inclusione.

Inoltre si sviluppa il particolarismo e la tendenza a rifugiarsi in comunità e Stati etnici per sfuggire al dominio di soggetti internazionali (corporazioni, istituzioni finanziarie, ecc.).

Nessuno pensa veramente di riproporre in Occidente lo stato totalitario a partito unico e le sfilate obbligatorie in camicia nera, ma le culture fasciste, xenofobe e reazionarie e i gruppi estremisti che ne sono portatori condizionano pesantemente la società.

Anche la presunta conversione alla democrazia di una parte della destra italiana ex-missina è opinabile. Grazie alla mistificazione che dicevamo all'inizio, per gli ex missini è stato sufficiente fare un'autocritica sulle leggi razziali e le vecchie pregiudiziali sono cadute come d'incanto. Ma più postfascisti credo che possano essere definiti i fascisti dell'era postfordista.

L'attuale discussione sul 25 aprile condiviso

Ma per quale motivo allora il PD in questi giorni ha tanto insistito perché Berlusconi partecipasse alla Festa della Liberazione?

In realtà in tutto il dibattito politico di questi giorni la Resistenza c'entra poco: il PD (che a giudicare dai sondaggi sta andando di male in peggio) teme che la maggioranza di destra approvi unilateralmente una modifica della Costituzione che consolidi i poteri della Presidenza del Consiglio e tagli fuori l'opposizione da ogni possibilità di incidere.

In sostanza al PD non interessa più di tanto di ricreare l'arco costituzionale della Prima Repubblica, convertendo Berlusconi all'antifascismo, ma chiede di concordare le modifiche alla Costituzione per continuare a sperare nel gioco dell'alternanza. Condivide liberismo e autoritarismo e si propone di rappresentare al meglio gli interessi del potere economico. Del resto alla base del progetto PD c'è l'idea di poter trasformare il sistema politico italiano in una caricatura di quello statunitense.

Berlusconi non ha avuto problemi a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile (l'ideologia non è un concetto postfordista). Ha trovato un'altra occasione per riaffermare il suo dominio mediatico, ha avanzato la proposta di trasformare La Festa della Liberazione in Festa della Libertà (o meglio Festa del Liberismo) e ha fatto capire di non avere interesse alcuno a sbarazzarsi dell'opposizione di sua maestà (dove la trova un'altra così...).

Il PD esulta: per il momento la sua sopravvivenza è garantita. In cambio di che? Si impegnerà a disturbare ancora meno il manovratore, che se fosse per i Veltroni e i Franceschini governerebbe fino al 2050.

L'antifascismo del XXI secolo

Per fortuna con la fine dell'epoca neoliberista anche il "Presidente partigiano" è un cadavere politico ambulante.

Si tratta però di costruire l'alternativa: fare gli archeologi della Resistenza, lontana ormai 64 anni, è fiato sprecato. Va invece raccolta la sua migliore eredità, che è quella di farci capire che il fascismo è un'arma nelle mani del potere economico e assume nelle varie fasi storiche le caratteristiche che meglio lo portano ad assolvere questo ruolo. Negli anni ‘20-‘30 l'obiettivo era quello di impedire il contagio della rivoluzione sovietica, negli anni ‘60-‘70 quello di organizzare colpi di stato e strategie della tensione per fermare i grandi movimenti di massa, oggi lavorano per un sempre maggiore autoritarismo e per dividere i lavoratori immigrati da quelli "indigeni".

Anche oggi quindi per battere il fascismo è necessario eliminare il sistema di potere che lo genera, cioè il liberismo e la globalizzazione capitalista. 

La difficoltà della "pacificazione" che le forze politiche istituzionali lamentano non sta nell'incapacità di pochi fanatici nel mettere da parte i rancori del 1945, ma nell'inconciliabilità di sistemi di valori antagonisti come quello della globalizzazione liberista e quello solidaristico (nelle sue varie forme) di cui è portatrice la sinistra (quella vera).

Valori condivisi? Ma neanche per sogno!

Per Senza Soste, Nello Gradirà

28 aprile 2009

domenica 26 aprile 2009

25 aprile, Torino: Borghezio come il Duce


Oggi, 25 aprile 2009, il fascismo colpisce ogni giorno.

Le squadracce oggi si chiamano ronde, le leggi razziste pacchetto “sicurezza”, le aggressioni agli immigrati e ai rom episodi di “bullismo”, le “leggi speciali” sono diventate “normali”, i centri per immigrati senza documenti stanno trasformandosi nei lager del nuovo secolo. Ogni giorno, ogni ora, qualcuno muore in mare, inghiottito dalle norme razziste che impediscono la libera circolazione degli individui. Ogni giorno, ogni ora, qualcuno muore di lavoro, ammazzato dalla precarietà per legge, dalla clandestinità forzata.

In questo 25 aprile vogliamo ricordare le ragioni di chi combatteva il fascismo, portando in se il sogno di un’umanità senza stati né frontiere, solidale. Lottavano perché uguaglianza/libertà/solidarietà non fossero solo parole ma il cuore stesso della nostra società. Queste ragioni sono state dimenticate o gettate nel fango.

Spetta a noi raccoglierle e farne una bandiera. Spetta a noi riprendere il cammino dei nostri padri e dei nostri nonni. Spetta a noi conquistare un nuovo aprile.

Oggi come ieri

Resistenza!

Buon 25 aprile!

Fonte: Indymedia  ( 24/04/2009 )

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Torino, 24 apr. (Adnkronos) - Un fantoccio con pantaloni scuri e camicia verde e il volto dell'eurodeputato della Lega Nord Mario Borghezio e' stato trovato appeso a un palo, legato per i piedi a testa in giu', davanti alla sede del Carroccio di via Poggio, a Torino. Sui muri le scritte 'Lega=fascismo' e 'Borghezio... piazzale Loreto c'e' ancora posto!', con accanto il simbolo dell'anarchia. Sotto al campanello degli uffici della Lega Nord e' stato affisso anche un cartello con la scritta 'Bossi, Maroni e Borghezio... a p.le Lorento c'e' ancora tanto posto!'.

L'azione anarchica e' stata messa a segno in occasione del 25 aprile e in una nota della Federazione anarchica torinese si legge "nella nostra citta', in occasione del 25 aprile, c'e' chi ha voluto ricordare che oggi il fascismo ha il volto della Lega e colpisce ogni giorno".

Festeggiamenti

25 aprile 2009

vauro

Finalmente, per la prima volta, il nostro caro premier si degna di festeggiare il 25 aprile, festa della liberazione e lo fa con queste belle parole:

“Avvicinato dai cronisti ad una domanda su cosa pensi della legge in Parlamento che vuole equiparare i repubblichini di Salò ai partigiani, ha risposto: “È un tema su cui non ho ancora messo la testa. Ci sono state differenze - dice il premier - anche se la pietà deve andare anche a coloro che credendosi nel giusto hanno combattuto per una causa che era una causa persa. Su questo tema rifletteremo”

Sì, più o meno come, per la Giornata della Memoria, ricordare con pietà anche i poveri nazisti che, credendosi nel giusto, hanno combattuto per una causa persa.

Mavaffanc…

martedì 24 marzo 2009

Il gioco delle parti

coro

Emilio Fede, 20/07/2001, TG4 delle ore 16;05, sui manifestanti al G8 di Genova: “Sono drogati, pezzenti, bande di delinquenti che dovrebbero essere arrestati e tenuti in galera a vita”.

Roberto Calderoli, 24/07/2001, sull’irruzione alla scuola Diaz: “Sono assurde le proteste da parte dei presunti portavoce del Gsf e ancora una volta qualcuno ha fatto da paravento ai terroristi e a delinquenti. Ben vengano le irruzioni, anche pesanti, da parte della polizia. Mi auguro che in futuro tali irruzioni possano essere compiute anche nei centri sociali e in tutte le sedi che raccolgono questa feccia del mondo.”

Pierferdinando Casini, sulla sentenza che ha assolto i vertici delle forze dell’ordine, per la macelleria messicana della Diaz: “Siamo lieti che la giustizia ordinaria riconosca una verità nota a tutti gli italiani e cioè che al vertice della Polizia di Stato in Italia ci sono stati e ci sono autentici galantuomini e servitori delle istituzioni. Il tentativo di criminalizzare, per i fatti del G8 di Genova, i vertici delle forze dell’ordine si è rivelato per quello che era: un’autentica persecuzione”.

Il 19 marzo 2009, dopo un lungo lavoro di intercettazioni, vengono arrestati alcuni agenti di Polizia.

Se ne parla qui.

Sotto, alcuni stralci dell’articolo:

Massimo Pigozzi è un agente che nel luglio scorso è stato condannato a tre anni e due mesi per i fatti avvenuti durante il G8 nella caserma di Bolzaneto. Aveva «strappato» la mano di un no global, divaricandogli le dita fino a lacerare pelle e legamenti. Nel 2007 era stato arrestato con un’altra accusa. Insieme ad alcuni suoi colleghi avrebbe violentato tre prostitute straniere nelle guardine della questura genovese. I magistrati decidono di fare intercettazioni sull’utenza dell’agente che abitualmente era di turno con lui. Dall’ascolto delle telefonate emergono riferimenti a festini a base di cocaina.

I comportamenti illegali di questo gruppo di agenti mostrano una scelta di campo netta. «Venererò quello spacciatore fin che vivrà» dice Mele, consapevole dell’abbrutimento dovuto alla droga. «Non riesci a pisciare, dormire, mangiare. E non ci vedi, cazzo». Quando Picasso viene fermato dai carabinieri mentre sta sniffando fuori da una discoteca, decide di prendersi una pausa dal lavoro in questura e simula una malattia, ingannando il medico. «Recito da Oscar. E ho scoperto che il bello è stare a casa senza avere assolutamente nulla, è una cosa bellissima». Un poliziotto dichiara le sue intenzioni: «Voglio bruciarmi completamente ». Il collega lo ammonisce a non portare un amico considerato non adatto: «Non vorrei che morisse lì, e poi ci tocca anche buttarlo nella spazzatura». Medici pronti a dare lastre false per simulare incidenti, armi illegali, depilazioni integrali e ripetute per aggirare i controlli. Due etti di droga venduta e consumata ogni settimana. Coca a fiumi, cervelli in pappa. «Stasera voglio fare una rissa della Madonna, finisce che ammazzo tutti». La sensazione di impunità che permette di fare progetti folli. «Facciamo come i colleghi arrestati a Brescia» dice l’agente Mele. Si riferisce ad una banda di carabinieri e vigili urbani che rapinava extracomunitari. «Rapinare i negri», una suggestione che ricorre spesso nelle intercettazioni.

Ora la domanda sorge spontanea: ma il buon Fede e il misurato Calderoli di chi stavano parlando?

Sono questi i galantuomini a cui faceva riferimento Casini?

Sono questi i buoni?

E chi sarebbero i cattivi?

O forse le cose sono un tantinello più complicate di come vorrebbero far credere?

Se non fossimo personcine educate ci verrebbe voglia di chiosare con un bel “Ma andate a pigliavvelo ner culo!”
Ma non lo facciamo, perché siamo galantuomini, noi.

venerdì 20 marzo 2009

Ratzinger va in Africa e ostacola la prevenzione dell'AIDS

papa2.jpg

Link: L'Europa zittisce il Pastore tedesco

Non era ancora sceso dall'aereo che lo portava in Camerun per il suo primo viaggio in Africa e già sparava balle sull'AIDS. Di tutti gli argomenti di cui poteva parlare, ha scelto quello dove poteva fare più danni, attaccando l'uso del preservativo. «Il problema dell'Aids non può essere risolto distribuendo condom. Aumenta solo il problema», ha detto Ratzinger.

Saremmo curiosi di sapere come facciano i preservativi ad aggravare il problema dell'AIDS. Al contrario, l'uso del profilattico è notoriamente l'unico mezzo di prevenzione efficace contro le malattie a trasmissione sessuale.

Forse il papa vuol riesumare la balla che il virus HIV passa attraverso i pori della gomma, voce che qualche "esperto" cattolico aveva messo in giro tempo fa...

E quale sarebbe comunque la soluzione per Ratzinger? Le solite chiacchiere sulla fedeltà e l'astinenza.

Se qualcuno dicesse di aver scoperto un modo infallibile per evitare il colera, cioè non mangiare e non bere, lo porterebbero a sirene spiegate a un centro di salute mentale. Invece questo integralista fanatico è libero di andare in giro per il mondo a sparare balle. Quel che è peggio è che con la cassa di risonanza mediatica di cui dispone e con l'autorevolezza morale che malauguratamente molte persone ancora gli riconoscono, soprattutto fra i più poveri, questi discorsi a vanvera rappresentano un grave ostacolo per la prevenzione AIDS.

La chiesa cattolica è quindi moralmente e politicamente responsabile per una buona parte delle infezioni da HIV e delle morti per AIDS nei Paesi dove arriva la sua influenza. Dal 1980, ricorda Il Manifesto, l'Aids ha ucciso in Africa almeno 25 milioni di persone. Ci sono vari paesi, soprattutto nella parte meridionale del continente, in cui un'intera generazione è stata spazzata via dal virus dell'Hiv.

Che cos'è l'integralismo religioso? E' la pretesa di conformare le leggi di uno Stato alle proprie più o meno assurde convinzioni religiose, come accade per esempio nel caso dei Testimoni di Geova che vorrebbero impedire le trasfusioni di sangue perché nella Bibbia c'è scritto "astenetevi dal sangue".

Si fa tanto parlare di integralismo islamico: ma io in Italia non si è mai visto un mullah che cercasse di imporci un comportamento di qualche genere. C'è sempre stata invece una presenza invadente della Chiesa cattolica che condiziona pesantemente la nostra vita civile e rappresenta un freno di non poco conto allo sviluppo del Paese.

Per Senza Soste, Nello Gradirà

18 marzo 2009

venerdì 27 febbraio 2009

Durissimo attacco del governo allo sciopero

All'interno di una comune crisi economica l'Italia, rispetto agli altri paesi, si distingue per essere il paese che non ha progettato reali misure a sostegno del reddito ma che in compenso ha attaccato il diritto di sciopero. Attacco che oggi si chiama "armonizzazione del diritto di sciopero con quelli dei cittadini". Parola di Gianfranco Fini che oggi ha chiesto con forza una maggiore "armonizzazione".

(red) 26 febbraio 2009

Link: Sciopero virtuale, le reazioni del mondo del lavoro

Il centro-destra adesso tenta di smatellare uno dei diritti civili più importanti, quello di sciopero

divieto_pugno.gifSono state definite nuove regole per gli scioperi nei servizi pubblici. Le proposte dovrebbero essere discusse dal Consiglio dei ministri venerdì.

Presto potrebbe essere impossibile scioperare in Italia. Secondo indiscrezioni di stampa, che però confermano alcune informazioni circolate nei giorni scorsi, per proclamare l’astensione dal’attività diventerebbe obbligatorio un referendum consultivo preventivo, a meno che i promotori non siano organizzazioni sindacali in grado di rappresentare il 50 per cento dei lavoratori.

Per i servizi pubblici diventerebbe reale quello che fino a poche settimane fa sembrava uno scherzo: lo sciopero virtuale. Nella bozza si legge: “Previsione dell’istituto dello sciopero virtuale che potrà essere reso obbligatorio per determinate categorie professionali le quali, per le peculiarità della prestazione lavorativa e delle specifiche mansioni, determinino o possano determinare, in caso di astensione dal lavoro, la concreta impossibilità di erogare il servizio principale ed essenziale”.

Sempre ne docunmento in cirsolazione è scritto: “Previsione della necessità di proclamazione dello sciopero da parte di organizzazioni sindacali complessivamente dotate di un grado di rappresentatività superiore al 50 per cento dei lavoratori e della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero stesso da parte del singolo lavoratore almeno con riferimento a servizi o attivita’ di particolare rilevanza”.

Secondo il disegno di legge del centro-destra ‘per la regolamentazione saranno previste “adeguate procedure per un congruo anticipo della revoca dello sciopero al fine di eliminare i danni causati dall’effetto annuncio e di una più efficiente disciplina delle procedure di raffreddamento e conciliazione attenta alle specificità dei singoli settori”.

Le nuove disposizioni potrebbero prevedere una “semplificazione delle regole relative agli intervalli minimi tra una proclamazione e la successiva anche in funzione del grado di rappresentatività dei soggetti proclamanti, nonchè di una revisione delle regole sulla concomitanza di scioperi che incidano sullo stesso bacino di utenza”.

La nuova legge dovrebbe permettere al governo di “rivedere e aggiornare il regime sanzionatorio, per tutti i servizi pubblici essenziali, nel caso di violazione delle regole sul conflitto da parte dei promotori del conflitto, delle aziende che tengono comportamenti sleali e dei singoli lavoratori con specifico riferimento al fenomeno degli scioperi spontanei e sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi”.

La riscossione delle sanzioni individuali sarebbe affidata a Equitalia. La nuova normativa darà vita ad una ‘Commissione per le relazioni di lavoro’, che avrebbe il compito di “verificare l’incidenza e l’effettivo grado di partecipazione agli scioperi anche al fine di fornire al Governo, alle parti sociali e agli utenti dei servizi pubblici essenziali un periodico monitoraggio sull’andamento dei conflitti, sul loro reale impatto sui servizi essenziali e, in questa prospettiva, sulla rappresentatività degli attori sociali tale da garantire trasparenza e simmetria informativa nelle relazioni industriali”.

Nella bozza governatva si legge che la Commissione valuterà il grado di rappresentatività delle organizzazioni che proclamano lo sciopero e per farlo “utilizzerà là dove presenti, indici e criteri elaboratori dalle parti sociali ivi compresa la certificazione all’Inps dei dati di iscrizione sindacale”.

La Commissione per le relazioni di lavoro, si legge ancora nella bozza, “è composta da un numero massimo di cinque membri scelti, su designazione dei Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, tra esperti di relazioni industriali e nominati con decreto del Presidente della Repubblica”.

Per l’esercizio delle proprie funzioni la Commissione per le relazioni di lavoro “si avvale, oltre che del personale oggi in capo alla Commissione di Garanzia della attuazione della legge di regolamentazione del diritto di sciopero, delle strutture centrali e periferiche del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali”.

Considerando la quasi inesistenza di un’opposizione parlamentare e la rottura dell’unità sindacale il ddl governativo si configura senza ombra di dubbio come il più violento e pericoloso attacco alle libertà democratiche dalla fondazione della Repubblica. In dichiarazion possibiliste Cisl ed Ugl già si dichiarano disponibili ad una regolamentazione nei servizi pubblici. La Uil, dichiarandosi contraria al tetto del 50 per cento di rappresentatività “esprime interesse” verso lo sciopero virtuale “purchè siano effettive le quantificazioni delle penali a carico delle imprese”.

La libertà di sciopero è prima di tutto un diritto che deve essere a disposizione delle minoranze e l’idea stessa di un’autorizzazione solo per chi possegga un’alta rappresentatività è una ferita mortale alla democrazia.

Dopo anni di permanente informazione distorta sui ‘danni’ e ‘disagi’ prodotti dagli scioperi, finalmente un governo ormai avviato su una china reazionaria, non neoconservatrice, sta riuscendo a scardinare il più importante degli strumenti di lotta a disposizione dei lavoratori.

Il segretario di Rifondazione comunista, Paolo ferrero ha detto: ”Le nuove regole per gli scioperi nei servizi pubblici (sciopero virtuale per i servizi essenziali, obbligatorio un referendum consultivo preventivo) sono gravissime e inaccettabili. Si vuole portare così a compimento l’attacco al lavoro e alla democrazia alla base dell’accordo separato sulla contrattazione, si vuole distruggere l’autonomia del sindacato e la possibilità che questo ha di organizzare i lavoratori”.

Ferrero, ha aggiunto: ”Queste norme raffigurano un vero tentativo, da parte del governo, di controriforma costituzionale, che viola il principio del diritto di sciopero sancito dalla Costituzione e la libertà dei cittadini. Contro provvedimenti di tal genere invitiamo tutti i sindacati alla lotta. Come Rifondazione comunista siamo pronti sin da subito alle barricate contro un provvedimento simile”.

Gianni Pagliarini, responsabile lavoro del Pdci, da parte sua ha sostenuto: “Dopo l’accordo sulla riforma del modello contrattuale, che punta mettere in un angolo la Cgil e a cancellare il diritto al contratto nazionale, Berlusconi e soci vogliono chiudere il cerchio scagliandosi contro il diritto alla protesta di chi non abbassa la testa. Non è più tempo di manganello e olio di ricino, o così almeno vogliamo sperare: ma di certo quanto sta accadendo in Italia è indecente per un Paese che si proclama democratico”.

Come sempre ormai è sconcertante la reazione del Partito democratico. Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, ha dichiarato: “Il governo dovrebbe, su temi così delicati e su diritti sanciti dalla Costituzione, adottare il metodo della concertazione convocando a un tavolo le organizzazioni sindacali, e non quello dell’imposizione legislativa lesiva dell’autonomia delle parti sociali”.

Per il parlamentare democratico il suo partito è interessato “a trovare il giusto equilibrio tra il diritto dei lavoratori allo sciopero e quello dei cittadini alla mobilità. Vogliamo ricordare che in proposito esiste già una legislazione che, naturalmente, può essere migliorata per affrontare le situazioni di particolare conflittualità e disagio. In questo momento sarebbe opportuno assumere una priorità: quella di definire i criteri della rappresentatività sindacale attraverso il censimento del numero degli iscritti e quello dei voti conseguiti nelle elezioni delle Rsu, assieme alla fissazione di una soglia minima del 5 per cento. Questi contenuti, sui quali si registra una significativa convergenza tra le organizzazioni sindacali, se fossero frutto di un accordo potrebbero essere successivamente recepiti da un’apposita legislazione di sostegno. In questo modo si semplificherebbe il sistema delle relazioni sindacali e della rappresentanza e si andrebbe nella direzione della diminuzione del conflitto”.

Damiano ha quindi concluso: ”A partire da questa priorità si potrebbero adottare nuove misure circoscritte al solo settore dei trasporti. Ad esempio, l’adozione del referendum tra i lavoratori per indire lo sciopero, potrebbe costituire uno strumento aggiuntivo all’attuale legislazione. Mentre non sarebbe accettabile ricorrere alla dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero da parte del singolo lavoratore”.

La cultura politica del Pd sembra ormai del tutto estranea alla comprensione dell’importanza dei diritti civili dei cittadini. Una stavagante visione della ‘concertazione’ spinge il partito ad una visione ‘efficientista’ o ‘tecnocratica’ dei problemi. Il Pd ormai non coglie la sostanza delle scelte governative e non vede le mutazioni profonde che il centro-destra sta imponendo alla democrazia italiana.

A testimoniare l’uscita progressiva del Partito democratico dall’alveo della sinistra italiana, anche le parole di un altro esponente della confusa, ma ancora esistente ‘gauche’ italiana, Claudio Fava. Il segretario di Sinistra Democratica ha detto: ”Il governo getta la maschera e indica una scorciatoia autoritaria per ridurre i diritti dei lavoratori, a cominciare dal diritto di sciopero. Su questa aggressione prevista e teorizzata già con la firma separata sulla riforma dei contratti, se esiste un’opposizione degna di questa responsabilità, è tempo che faccia sentire la propria voce. Qui e ora. Vale per la sinistra, ma vale anche per Di Pietro e per Franceschini. Su questo passaggio - conclude il segretario di Sinistra Democratica - il silenzio del Pd e dell’Idv sarebbe, oltre che incomprensibile, offensivo per le ragioni e per i diritti di milioni di lavoratori”.

tratto da www.inviatospeciale.com

25 febbraio 2009

domenica 2 novembre 2008

Università: vittoria parziale del movimento?

Paolo Bonaiuti smentisce che ci sia un ripensamento del governo. La riforma Gelmini dell’Università che presentiamo nell’articolo qui sotto va avanti

gelmini_stop.pngSilvio Berlusconi starebbe pensando di imbrigliare Mariastella Gelmini e frenare sulla Riforma che sarebbe stata approvata per Decreto Legge la prossima settimana? E’ quanto si evince dal servizio di SkyTg24 qui sopra e dal pezzo di Claudio Tito a p. 7 di “Repubblica” di oggi (richiamo in prima). Riguarda la riforma annunciata in settimana dalla Gelmini e che sarebbe stata cotta e mangiata convertendola in DL nel prossimo Consiglio dei Ministri (con cosette di poco conto come l’abolizione del valore legale del titolo di studio). Sarebbe una prima vittoria parziale dell’ONDA, il movimento studentesco che ha preso forza in questi giorni fino a preoccupare un governo che fa della gestione mediatica del consenso un aspetto fondamentale.

Secondo le indiscrezioni vi sarebbe stato un rinvio a momenti migliori dettato proprio da Silvio Berlusconi (con il parere decisivo di Gianfranco Fini che avrebbe insistito in merito) per evitare una temuta saldatura definitiva tra scuola e università. Fino a metà settimana proprio Berlusconi dichiarava di non temere l’autunno caldo tanto da appoggiare l’annuncio della riforma da parte della Gelmini. Il rallentamento invece sarebbe un inizio di delegittimazione del gruppo dei talebani di Forza Italia, di Mariastella Gelmini, che finora aveva avuto campo libero, ma in misura minore anche di Renato Brunetta e perfino di Giulio Tremonti.

Saranno le prossime ore a dirci se quest’indiscrezione sarà confermata o se il governo sceglierà di nuovo lo scontro frontale sull’Università che viene vista come un ridotto della sinistra sul quale esercitare politiche dure guadagnando consenso facile nell’opinione pubblica di riferimento.

Ma in cosa consisteva (o consisterà) la Riforma che avrebbe inciso durissimamente sulla vita delle Università pubbliche dopo i tagli economici già passati con la Legge 133? I contorni sono chiarissimi:

1) Fine del valore legale del titolo di studi. E’ una riforma di portata storica e di valore amplissimo, che, comunque la si pensi, non può essere certo approvata per decreto ma con un intenso dibattito nel paese.

Nonostante nei prossimi anni si terranno un numero limitatissimo di concorsi in tutte le pubbliche amministrazioni, locali e nazionali, immediatamente il valore delle lauree del 70-80% degli atenei calerà e quelle del resto crescerà. Alcune Università o Facoltà di sedi periferiche saranno immediatamente frequentate solo da chi non si può permettere alternative e saranno ridotte, se sopravviveranno, all’inedia, senza più alcuna possibilità di fare ricerca scientifica. Quelle che non avranno i numeri saranno brutalmente chiuse.

E’ un cambio di paradigma enorme tutto interno al campo neoliberale. Meno di dieci anni fa era proprio la CONFINDUSTRIA che teorizzava il raddoppio delle Università del paese fino a 200 (oggi sono meno di 100) proprio per legarle al territorio e al mondo del lavoro. Adesso il mondo delle Università che la proliferazione di sedi periferiche e spesso improbabili voluto da Confindustria ha dovuto subire, paga le conseguenze.

Fatto sta che l’ammissione ad atenei che verranno considerati di Serie A sarà richiestissima da chi potrà pagare (già la 133 riduce del 60% i fondi destinati al diritto costituzionale allo studio dei capaci e meritevoli) e innescherà un circolo virtuoso (sic) che renderà conveniente ai privati investire o addirittura acquistarle. Voci ripetute vedono già il Monte dei Paschi pronto ad acquistare la plurisecolare Università di Siena. Un esperimento pilota proprio nel cuore della Toscana.

2) Proprio per favorire le privatizzazioni ci saranno importanti agevolazioni fiscali (i teorici dell’economia indicano nelle agevolazioni la forma meno vistosa di privatizzare) ma soprattutto le Università fondazioni erediteranno a costo zero del patrimonio immobiliare delle stesse, una regalia per miliardi di Euro a chi privatizzerà. Come per l’Alitalia e in mille altri casi, anche la privatizzazione delle università in Italia avverrà a spese dell’erario pubblico e corrisponderà al primo comandamento del nostro capitalismo: “privatizzazione degli utili, socializzazione dei costi e delle perdite”.

3) Blocco immediato totale degli attuali concorsi, anche di quelli banditi nel 2007 e 2008. Quando i concorsi riformati riprenderanno nessuno di questi comporterà posti di lavoro a tempo indeterminato. Ciò varrà anche per le progressioni di carriera. E’ una misura unica al mondo che priva in maniera punitiva e ricattatoria il mondo della ricerca italiana di qualunque sicurezza lavorativa. Nonostante le rampanti campagne di disinformazione siete proprio sicuri che un ricercatore a 1.200 euro al mese sia il laido membro di una casta da colpire come viene descritto dai media?

4) GREMBIULATA! Come per il 5 in condotta o il grembiule alle elementari, il tutto sarà nascosto dietro una misura demagogica particolarmente facile per l’opinione pubblica: l’impedimento a parenti di docenti a partecipare a concorsi nelle stesse sedi. Nonostante il nepotismo sia una piaga da sanare nell’Università italiana, in ogni caso non più del 2-3% dei concorsi “orientati” riguarda parenti di cosiddetti “baroni”. Solo una strutturale riforma dei concorsi, ma soprattutto l’immissione di forze fresche nel mondo universitario, potrebbe migliorare le cose. Ovviamente non se ne fa parola. Di nuovo, come per la 133 non vi è alcuna misura costruttiva ma solo distruttiva.

Tutto questo sarebbe (stato) approvato per decreto legge la prossima settimana in consiglio dei ministri. Ma adesso Silvio Berlusconi avrebbe frenato. Se confermata la cosa sarebbe un primo straordinario successo del movimento degli studenti e dei docenti e vedremo se si aprirà la possibilità di dialogare o inizierà una drôle de guerre con il governo in attesa del momento migliore per la stoccata.

A questo punto si conferma l’idea che il bruttissimo pezzo di Raffaello Masci a p. 5 de “La Stampa” di giovedì (quello dei baronetti…) sia stata una volontaria fuga di notizie (una specie di Lago della Duchessa?). Chi scrive ha condotto una piccola inchiesta giovedì scorso che consente con buona approssimazione di supporre che i toni gratuitamente offensivi in un articolo che era una sorta di scoop e in un quotidiano che non è né “Libero” né “il Giornale” fossero proprio una maniera di usare “La Stampa” per testare le reazioni del mondo universitario.

Cosa succederà ora? Senza la presentazione della riforma, che avrebbe indubbiamente rafforzato le proteste, qual’è il destino delle stesse? E qual’è il destino dell’Università? Il governo, con ancora 4 anni e mezzo di mandato davanti, può permettersi di aspettare e giocare con l’Università come il gatto col topo. Magari, come per la 133, per approvarla il 6 d’agosto, quando il movimento sarà di nuovo al mare. In fondo, Mariastella, che fretta c’è?

tratto da www.gennarocarotenuto.it

1 novembre 2008

martedì 28 ottobre 2008

Antagonisti livornesi: "No al decreto 133, protesta da sostenere e da allargare"

via_cairoli_2.jpgFinalmente si torna nelle piazze di questa Italia assopita e ci si torna grazie alla consapevolezza da parte di una larga parte di cittadinanza che l'istruzione è un tassello fondamentale per il benessere e la libertà di una società.

Finalmente si è capito che una scuola pubblica parcheggio come quella che vuole il governo è inutile e dannosa e serve solo per spalancare le porte alle scuole private finanziate dal potere e ad esso asservite.

Finalmente si è capito che un'università dipendente dagli sponsor è una università schiava dei finanziamenti privati e delle loro imposizioni culturali e didattiche.

Finalmente si è capito che l'istruzione che vuole il sistema liberista è l'eccellenza per pochi e il niente per quasi tutti con il fine di selezionare alla fonte classe dirigente e popolo manodopera.

Anche nella nostra città sta rinascendo prepotentemente un movimento studentesco come non si vedeva da anni, maturo, cosciente e determinato nella lotta. Gli 8000 di lunedì 20 ottobre sono uno spettacolo che ci eravamo scordati.
Per questo pensiamo che questa battaglia contro la legge 133 vada sostenuta e vada allargata e legata anche a tutte quelle paventate riforme (sul diritto di sciopero e sui contratti nazionali) che andrebbero a colpire l'altra faccia della libertà popolare conquistata con le lotte: i diritti sul lavoro.

Non facciamoci intimidire dalle minacce poliziesche di Berlusconi, il suo unico esercito sono i milioni d'italiani moribondi sui divani, i suoi unici carrarmati sono le reti Rai e Mediaset. Chi sta in piazza deve starci con l'orgoglio dei vivi, contro l'apatia dei moribondi e con la consapevolezza che senza sacrifici le lotte non si vincono.

Non facciamoci incantare dal Pd che offre la sponda strumentalmente a questi movimenti ma che nel proprio Dna condivide l'impostazione privatistica e liberista dell'istruzione. Tratteranno l'entità dei tagli, non certo la struttura della riforma nel suo significato più profondo.

Se la lotta continuerà tenteranno di criminalizzare chi vorrà andare avanti ma la giustezza di questa lotta non dovrà far dubitare nessuno.

Ora o mai più

Movimento Antagonista Livornese

Facebook come arma della Gelmini. La cultura convergente del centrodestra

facebook.jpgL'annuncio della vendita di Tor Vergata e della Sapienza su Ebay è stato un bel colpo specie se considerato nell'ottica della cultura convergente. E proprio in almeno uno dei canoni dettati da Jenkins che vuole la convergence culture come il prodotto di contenuti generati su Internet che finiscono per essere riportati dai grandi media diventando egemoni. Vedere l'annuncio della finta vendita su Ebay al Tg2, che sta disinformando senza pietà sulla lotta studentesca, è stato registrare un vero successo. L'evento di rete era diventato così notiziabile da non poter essere trascurato da un media dominante e persino estremamente schierato come il Tg2. Pena, e qui sta la forza della notiziabilità, il decadere in quanto strumento di rappresentazione della realtà.
Ma in questo conflitto non bisogna affezionarsi troppo alle vittorie quanto registrare la portata degli attacchi. Infatti, poco dopo la notizia della vendita dell'università su Ebay, appare questo lancio d'agenzia

Fonte Ansa

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_792905845.html

Insomma su Facebook si è aperto uno spazio di produzione di notizie tipico del Web 2.0 che ha già tutte le potenzialità per fare cultura convergente, ovvero quella dinamica di comunicazione dal basso che nasce dalla rete, viene citata dai grandi media e per questo diventa egemone. Perchè parla il linguaggio della quotidianità, di lì infatti nasce, con gli strumenti amplificatori del messaggio dei grandi media. Rispetto ai colleghi che protestano contro la Gelmini, gli studenti di centrodestra hanno una grande chance in più: i media dominanti, quasi tutti controllati da Berlusconi, non aspettano altro che di citarli per rappresentare la spontaneità della protesta contro chi contesta la Gelmini. E non solo: per dovere di completezza di informazione anche i media contrari a Berlusconi saranno costretti a citare questi studenti. Ecco quindi un serio e potente antidoto alla protesta dal basso come quella originata dalla finta vendita dell'università. Un antidoto radicato in basso e strutturato a rete. Proprio come l'avversario che vuole combattere. Ma che, rispetto a chi protesta contro la Gelmini, ha il vantaggio di poter entrare nei grandi circuiti della comunicazione per diventare linguaggio egemone rappresentato come spontaneo.
Non è affatto da scartare l'ipotesi che esperti di social networking del centro destra si siano messi all'opera. Non dimentichiamo che la campagna elettorale di Alemmanno è stata sostanzialmente vinta da questi specialisti. Nè sottovalutiamo l'ipotesi che, da qualche parte dentro Mediaset, qualche creativo del Biscione si sia sentito troppo debole su Internet nella campagna a favore del presidente del consiglio. Ma non dimentichiamo anche che l'elettorato giovane di centrodestra usa massicciamente qualsiasi strumento del Web 2.0 comprese tutte le forme di smascheramento e deturnamento della notizia usate dagli studenti di centrosinistra. La differenza tra questi due gruppi sociali è qui oramai solo nei contenuti della comunicazione non nella forma.

In questo modo il centrodestra accompagna una strategia a quella già praticata in questi giorni del Flak. Il Flak, nel linguaggio della teoria della comunicazione, è l'uso sistematico di citazioni e rappresentazioni dell'avversario per screditarlo. Per cui i media in questi giorni, dopo la campagna sui dipendenti pubblici fannulloni (classico uso Flak della rappresentazione di un gruppo sociale), è toccato agli studenti "che sono disinformati" infiltrati da "facinorosi" che "si sono illusi di avere un futuro dopo aver sbagliato facoltà". Il Flak rischia però di essere inefficace se appare troppo uno strumento calato dall'alto verso il basso. Questo uso della cultura convergente, partendo da Facebook, da parte del centrodestra o appare come provvidenziale o come una correzione di rotta rispetto alla strategia tradizionale di Flak operata da Berlusconi e dai media di centrodestra.

La strategia del centrodestra è chiara: avendo blindato il parlamento, una volta governata l'opinione pubblica la riforma passa nello stesso modo in cui è passato il saccheggio dell'Alitalia: chi protesta risulta schiacciato da una tenaglia fatta di forza della legge e forza dell'opinione pubblica. Insomma Facebook fa parte di uno degli ingranaggi di questa tenaglia.

Dall'altra parte, oltre a tanta generosità di corpi che si gettano in piazza, c'è da costruire qualcosa all'altezza della sfida di questo avversario. Questo è il terreno dove si vincono le battaglie. Gli altri terreni oramai sono solo preparatori alla battaglia che si gioca per l'egemonia sull'opinione pubblica o la sua liberazione. Ogni sforzo concreto e materiale, anche la più semplice comunicazione di strada, deve convergere e fare potenza sul piano mediale. Cultura convergente, appunto.

Sciopero del 30 ottobre: Cgil, Cisl e Uil nascondono la loro piattaforma

scuola_vendesi.jpgChi scrive non ha nessuna simpatia clericale ma su certe notizie vale la pena soffermarsi.

«Il bene della scuola (ma anche del Paese) richiede la sospensione o il ritiro del decreto Gelmini» «Non si garantisce così il diritto allo studio: prima si decide e poi, travolti dalle proteste, s'abbozza una farsa di dialogo» Nel paese in cui si «trova i soldi per Alitalia e banche», ma per la scuola si richiedono «sacrifici alle famiglie, ma costi e privilegi di onorevoli e senatori restano intatti. Studenti e professori hanno seri motivi per protestare. E non per il voto in condotta o il grembiulino (che possono anche andar bene), ma per i tagli indiscriminati che "colpiscono il cuore pulsante di una nazione" E di fronte alle proteste nelle scuole non «si potrà pensare di ricorrere a vie autoritarie o a forze di polizia.

Questa la posizione di famiglia Cristiana sui tagli alla scuola pubblica.

E questa invece, la piattaforma confederale per lo sciopero del 30.

La richiesta centrale è "l’apertura di un tavolo negoziale con il Governo in merito al Piano Programmatico e ai regolamenti attuativi di cui all’articolo 64 del decreto-legge 112/2008, per un reale confronto finalizzato ad una vera riqualificazione della spesa, in grado di coniugare la lotta agli sprechi e alle diseconomie con la garanzia del “giusto” tempo scuola per tutti gli ordini e gradi, del diritto allo studio, della qualità dell’istruzione e della salvaguardia della professionalità degli operatori della scuola". L'unica norma per la quale si chiede il ritiro è quella sul “maestro unico”.

Nella piattaforma proposta da Cgil-Cisl-Uil, Snals e Gilda per lo sciopero da queste organizzazioni indetto per il 30 ottobre, non c'è traccia di richiesta dell'abolizione del voto di condotta e dei giudizi in decimi, di opposizione al ddl Aprea che introduce le chiamate dirette dei ds e la differenziazione dei docenti in 4 livelli. D'altra parte Gelmini ha sottolineato che lei prosegue la linea imposta dalle Finanziarie del governo Prodi e dal Libro bianco di Fioroni, che ebbero il pieno avallo della Cisl, della Cgil e della Uil, nonchè di quel Partito Democratico che con la sua ministra-ombra Garavaglia ha ricordato che era d'accordo sui tagli nella scuola (la "razionalizzazione della spesa", li ha chiamati) ma fino a 6 miliardi e non a 8 e che la rottura è avvenuta perchè Gelmini si è rifiutata di concordarli insieme. È esattamente la piattaforma dello sciopero del 30, che non chiede l'abrogazione dell'art. 64 della legge 133 (quello degli odiosi tagli), non vuole la cancellazione e neanche la riduzione dei tagli e nemmeno si dice che quello attuale è il "giusto" tempo scuola, visto che questo significherebbe non tagli “diversi” ma nessun taglio e addirittura c’è l’intesa piena tra questi cinque sindacati solo sulla “lotta agli sprechi e alle diseconomie” nella scuola. Insomma la piattaforma dello sciopero del 30 si propone solo di concertare insieme al governo i "giusti tagli" contro gli "sprechi".

Chissà perchè anche a Livorno come del resto d'Italia i sindacati confederali non hanno diffuso la loro piattaforma neppure sintetizzandola in un volantino?

C'è stata una maxi assemblea ai Quattro Mori per promuovere lo sciopero e neppure una parola sulle reali richieste dei sindacati confederali al Governo.

Chi sciopererà e manifesterà il 30 non lo farà certo per chiedere un po' meno tagli alla scuola pubblica, ma per contrastare in maniera radicale questo scellerato progetto di distruzione della scuola e dell'università .

Allora diciamolo,un po' di chiarezza non guasta: la Cgil (in compagnia di Cisl e Uil) è un bel po' piu' a destra di Famiglia Cristiana...


domenica 26 ottobre 2008

Il sonno della ragione genera ministri!

laura

Vorremmo brevissimamente intervenire sugli ultimi accadimenti in materia di riforma dell’Istruzione in Italia.

Certi argomenti si devono affrontare solo ed esclusivamente analizzando i fatti, fuori da ogni impeto demagogico. E, dati alla mano, RITENIAMO PIU’ CHE GIUSTO OPERARE TAGLI DECISIVI LADDOVE NON VENGANO CREATE CULTURA, ONESTA’ INTELLETTUALE, PROGRESSO.

Per questo, appoggiamo senza se e senza ma i numerosi tagli dei finanziamenti all’Università, con particolare riferimento ad alcune facoltà notoriamente improduttive, quando non addirittura nocive al Paese. Giurisprudenza, per esempio.

APPELLO APERTO:

PER FAVORE, CHIUDETE LE FACOLTA’ DI GIURISPRUDENZA! SIGILLATENE LE ENTRATE, INTERROMPETENE L’EROGAZIONE DI ACQUA E ENERGIA ELETTRICA, SBARRATENE PORTE E FINESTRE CON ASSI DI LEGNO, MACERIE E CASSONETTI!

Giurisprudenza ha prodotto anche:

  • Schifani, Renato
  • Casini, Pierferdicoso
  • La Russa, Ignazio Benito
  • Gelmini, Mariastella
  • Borghezio, Mario
  • Maroni, Roberto
  • Alfano, Angelino
  • Tremonti, Giulio
  • Cota, Roberto
  • Nania, Domenico
  • Carfagna, Mara (!)
  • Cicchitto, Fabrizio
  • Berlusconi, Silvio

sabato 25 ottobre 2008

GRANDI PULIZIE! Torna la Polizia nelle scuole!




Dopo il grande successo di pubblico e di critica riscosso alla scuola Diaz, il Presidente del Consiglio, unitamente al senatore Cossiga, ex Presidente della Repubblica sta lavorando per allestire una replica di quelle belle serate!
Le nostre amate e misurate forze dell’ordine sono pronte quindi a replicare il loro bello spettacolo, dal titolo: Macelleria Messicana.
Non mancate!

giovedì 23 ottobre 2008

Roba di classe! Classi e gabinetti separati per i negri!


“Gli alunni delle nostre scuole dovranno accettare i nostri simboli religiosi e indossare degli opportuni grembiulini.”
(vedi foto)




Dopo le classi separate per bambini negr…ehm, immigrati, un’altra proposta illuminata e progressista, per combattere la piaga dell’emarginazione sociale: Bagni separati per bianchi e neri.
Iniziativa indispensabile, spiegano dai banchi della Lega, non tanto per motivi igienici, quanto perché spesso molti immigrati sfoggiano una FAVA di dimensioni superiori alle normative europee, umiliando i comuni uccelli italiani e creando invidie e tensioni sociali che, in un paese moderno come il nostro, non possono assolutamente essere accettate.
Logicamente quella delle classi e dei bagni separati è soltanto un’iniziativa sperimentale che se, come pensano al governo, dovesse avere successo vedrà un seguito di altre mozioni già pronte ad essere votate in parlamento. Ad esempio quella dei posti riservati sui mezzi pubblici riservati agli immigrati (nei carri bestiame), quella dei tavoli al ristorante solo per immigrati, quella del numero di matricola tatuato sul polso e altre belle iniziative a sostegno dell’integrazione e della lotta all’emarginazione.
A difesa di questa sua bella iniziativa, il capogruppo della Leganorde, ha dichiarato: “Intanto proviamo, poi se va male siamo sempre pronti, tra 50 anni, a rinnegare le nostre leggi, comì come i fascisti di oggi hanno rinnegato le leggi razziali del Duce”
Dunque classi separate a scuola, per italiani e immigrati. Proposta giusta e illuminante che ci trova pienamente d’accordo!
A quanti (pochissimi, in verità) si sono domandati, non senza una punta di polemica, se questo non fosse uno schifoso provvedimento razzista degno dell’America del KKK, noi rispondiamo che anzi, la proposta mira a difendere i diritti di apprendimento e le sensibilità di quegli alunni più sfortunati di altri che hanno avuto la disgrazia di avere i genitori leghisti, riservando loro delle classi speciali per favorirne l’apprendimento della lingua italiana e dei princìpi della Costituzione.

Università, il delitto Matteotti del governo Berlusconi




"Noi deploriamo che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo deve essere governato con la forza. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano". (Giacomo Matteotti, discorso alla camera del 30 maggio 1924. Alla fine del discorso Matteotti disse ai colleghi "Ed ora, potete preparare il mio funerale". Fu ucciso dai fascisti dieci giorni dopo)
Chi non ricorda la vicenda del delitto di Giacomo Matteotti?Il deputato socialista, che denunciò i brogli elettorali dei fascisti alla camera, fu fatto uccidere da Mussolini pochi giorni dopo la sua storica protesta in parlamento. Nell'estate del '24, al ritrovamento del cadavere di Matteotti, la protesta popolare cominciò a far vacillare il governo fascista. Nel colmo della crisi, Mussolini nel gennaio del '25 sciolse le camere, partiti e sindacati. L'Italia si ritrovò per vent'anni sotto la dittatura fascista.Questo episodio, oggi poco ricordato (del fascismo se ne parla solo a partire dalle leggi razziali), deve far capire che l'università rischia di diventare il delitto Matteotti del governo Berlusconi. Ovvero l'occasione di una grave stretta autoritaria dopo montanti proteste di piazza. Le dichiarazioni odierne del premier, sulla polizia che deve sgomberare le occupazioni, non sono solo lesive dei diritti democratici dei manifestanti ma prefigurano un possibile cupo scenario. Fatto di un governo che usa la forza contro ogni opposizione e che controlla i media in modo asfissiante. Non a caso, nella stessa conferenza stampa, dopo aver agitato la prova di forza ha chiesto ai media di adeguarsi ai propri parametri di gestione dell'informazione. Solo Mussolini era andato oltre Berlusconi, nell'agitare il manganello di fronte alla stampa.D'altronde la crisi economica è pesante, la recessione può durare anni, e il governo può sopravvivere solo con la mano pesante. Non a caso la maggioranza governa sempre più per decreto, svuotando il parlamento. Quando i decreti, in questo stato di fortissima crisi economica e sociale, non basteranno più per il governo ci sarà da usare solo la nuda forza.Mai come da molti decenni a questa parte c'è il rischio di un regime. Non dimentichiamo che questo è il governo della mattanza del G8 di Genova.Non facciamoci ricacciare indietro.per Senza Soste, nique la police
22 ottobre 2008

Università, le misure repressive allo studio del governo Berlusconi



L'agenzia ANSA anticipa le misure repressive allo studio del governo. Si tratta di misure modulate che fanno seguito alla sparata televisiva di ieri da parte del presidente del consiglio. Secondo uno schema consolidato: occupare la scena televisiva, intimorire l'avversario e prendere misure concrete che non gli danno possibilità di reagire con una marea montante di indignazione. Infatti è allo studio il fatto che l'eventuale sgombero delle università può essere concordato solo con i rettori, cosa che già accade, e l'ANSA fa persino trapelare che "il governo non vuol arrivare allo scontro". Molto probabilmente Berlusconi vuole creare solo circoscritti casi di manifestazione di forza dello stato per spararli sui media coltivando così il consenso dell'opinione pubblica come arma di pressione sugli studenti. Da considerare come, secondo l'ANSA, Berlusconi creda di avere consenso maggioritario nelle scuole e nelle università grazie ai sondaggi. Proprio il caso del sondaggio che si sostituisce alla situazione reale per suggerire politiche concrete. Infine, penosa la dichiarazione del sindacalista di polizia CGIL che dichiara che il governo è tollerante con gli ultras e non con gli studenti. Queste sono, speriamo per poco, le attuali classi dirigenti del paese. fonte ANSA Viminale studia misure, garantire diritti a tutti
ROMA - Una ricognizione a tutto campo per valutare i rischi per la sicurezza connessi alle "eventuali forme di violenza" legate alle proteste degli studenti e, allo stesso tempo, trovare la formula per garantire i diritti di tutti: sia di chi protesta sia di chi vorrebbe continuare a seguire le lezioni nonostante assemblee e occupazioni. Dopo l'aut aut di Berlusconi, la protesta della scuola arriva al Viminale e diventa un problema di ordine pubblico. Il presidente del Consiglio si è visto nel pomeriggio con il ministro dell'Interno Roberto Maroni e con il sottosegretario Alfredo Mantovano a palazzo Grazioli: un incontro per fare il punto della situazione e decidere di convocare al Viminale una riunione tecnica dei vertici delle forze di polizia che sarà presieduta dal sottosegretario Mantovano (Maroni è a Trieste per l'assemblea dell'Anci). Obiettivo, sottolinea una nota del Viminale, "garantire, nel rispetto della libertà di manifestazione del pensiero, e quindi anche del dissenso, la tutela dei diritti di tutti, in un quadro di assoluta legalità". Il perché lo ha spiegato lo stesso Berlusconi nell'incontro con il ministro dell'Interno: voglio che sia garantito il diritto allo studio, il metodo sceglilo tu, avrebbe detto il premier secondo quanto raccontano ambienti a lui vicini. Nel suo ragionamento, stando al racconto delle fonti, il capo del governo è partito dal presupposto che la maggioranza degli studenti - che i sondaggi quantificano nel 60-70% degli alunni - vorrebbe partecipare regolarmente alle lezioni e condivide i principi della riforma. Ciò significa, ha sottolineato Berlusconi conversando con Maroni, che se permettiamo a quei pochi che vogliono occupare scuole e università di impedire il regolare svolgimento delle lezioni, una minoranza avrebbe la meglio sulla maggioranza. Qualcosa che, avrebbe aggiunto il Cavaliere, è contrario alla democrazia. Il premier ha riconosciuto il diritto di manifestare contro la riforma; un diritto che però, a suo giudizio, non può trasformarsi in un ostacolo a chi non vuole farlo. Ed è da questo punto che partiranno i vertici delle forze di polizia per cercare di trovare una soluzione che non danneggi nessuno e che allo stesso tempo non innalzi troppo il livello di scontro. Perché l'obiettivo primario, fanno notare più fonti delle forze dell'ordine, è quello di non arrivare allo scontro. Dal Viminale intanto sono già partite una serie di indicazioni alle questure affinché monitorino la situazione nelle città e facciano arrivare in tempo reale a Roma il quadro delle manifestazioni e delle occupazioni in atto. In modo da poter valutare se, come, con quali priorità e dove intervenire. Quel che al Viminale sembrano comunque escludere già da adesso è una sorta di presidio fisso delle forze dell'ordine davanti a scuole e università. E, qualora si decidesse di intervenire, fanno notare alcune fonti, ogni tipo di intervento dovrà comunque essere improntato alla gradualità e condiviso, se non fatto, su istanza dei rettori delle università o dei presidi delle scuole. Quel che è certo è che le parole di Berlusconi qualche malumore nelle forze di polizia lo hanno sollevato. Lo dice chiaramente il segretario del Siulp-Cgil Claudio Giardullo. "Si sta cercando un inasprimento dello scontro sociale che non fa bene alla democrazia del nostro paese - sottolinea - A volte si nota da un lato una sorta di accettazione nei confronti di chi si rende protagonista di episodi di violenza vera, come gli ultrà, e dall'altro un utilizzo esagerato e discutibile della legittimità dello strumento polizia, quando siamo di fronte a dimostrazione che riguardano diritti fondamentali come lo studio e il lavoro".